Pensieri sparsi (e anche un po’ sconnessi) di un’emigrata in UK

carta e pennaQuando me ne sono andata dall’Italia anni fa ero stufa. Stufa di avere paura per il mio futuro, stufa di assistere a favoritismi e di dovere accettare situazioni ingiuste senza poter fare niente.

Ero stufa anche dei soliti posti, della solita gente, dei soliti discorsi provinciali già sentiti mille volte.

Quando sono partita volevo uscire da queste sabbie mobili che stavano inghiottendo i miei principi e il mio bisogno di coerenza.

Arrivata in UK mi sono ritrovata in un universo nuovo, in cui mi sono gettata a capofitto con una forte voglia di imparare e di integrarmi. Ho lavorato, imparato la lingua, e acquisito esperienza di lavoro e di vita.

Scoprire un popolo nuovo con i suoi modi di pensare e di agire così differenti dai nostri apre la mente. Ed è curioso imparare tutte le diversità, piccole e grandi che siano. Per esempio non riuscivo a capacitarmi del fatto che non ci fosse una carta di identità:
“Ma in che senso non c’è?”
“Non c’è!”
“Ma se qualcuno ti chiede chi sei?”
“Chi ti deve chiedere chi sei?”
“La Polizia”
“Perché?”
“Eh perché …boh, vogliono sapere chi sei!”
E così via.

Ho fatto anche fatica ad abituarmi al loro modo informale di riferirsi in situazioni professionali. Per mesi non sono riuscita a sostituire il mio “Buongiorno Mr Richardson” con il “Ciao Paul” che usavano tutti per riferirsi al principale di azienda. In Italia?? Non sia mai!!!!

Alcune scoperte sono avvenute non senza imbarazzo. Come quando sono stata per la prima volta dal medico di base e mi sono tolta la maglietta per farmi visitare e lui ha lanciato un urlo di orrore: “Si copra si copra si copra!!” Del resto io che ne sapevo che qui i medici di base non provano neanche la pressione se non in presenza di un testimone???

Va beh, piccole cose.

Il mio processo di socializzazione con gli inglesi è stato lento. L’ostacolo per me era l’attitudine all’alcol. Tuttavia con l’andar del tempo questo problema si è affievolito – un po’ perché ho cominciato a frequentare gli ambienti giusti, e un po perché col progredire degli -enta trovare persone che bevono meno è stato sempre più facile.

La mia vita in UK dunque mi ha dato gli strumenti per ampliare le mie vedute ed accorgermi di cosa ci fosse al di là del mio paese, dove ero nata e cresciuta.

A distanza di tutti questi anni posso dire di avere trovato quello che cercavo, con fatica e molto, molto impegno. Ho trovato ordine, efficienza, treni in orario e molta gentilezza (avete mai provato a chiedere a un addetto di un supermercato dove si trova un prodotto?? Fate la prova e confrontate…). Ma soprattutto ho trovato un popolo che crede nella giustizia e rispetta le regole.

Stando lontana d’altro canto mi ha resa conscia di tante cose che prima davo per scontate e che ora ho imparato ad apprezzare del nostro Paese.

Il gusto e l’eleganza nel presentarsi per esempio, per esperienza mia non ha paragoni. E che dire dell’immensa ricchezza artistica e culturale delle nostre città? Anche camminando per le strade della mia anonima cittadina natia ora colgo dei pezzi d’arte e di significatività storica a cui non avevo dato mai dato la benché minima considerazione. I miei posti di sempre ora per me sono diventati una meta desiderabile che voglio tornare ad esplorare con gli occhi di oggi.

E i discorsi della gente ora li voglio ascoltare. Sento il bisogno di tenermi informata su cosa si dice, perché fa strano accorgersi di non riconoscere più le canzoni alla radio, o i casi di cui parla il telegiornale. Non mi piace sentirmi straniera nel mio paese di origine…

E in quest’Italia, questa realtà separata sempre presente ma allo stesso tempo lontana anni luce, tornerei a viverci? Non lo so. Forse un giorno, ma per ora no. Ad ogni modo questi posti sono, e sempre saranno, casa.

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