“Io non ce la faro’ mai!”

Quante volte vi siete ripetuti questa frase agli inizi della vostra esperienza all’estero? Beh, io almeno due o tre volte al giorno.
Sono partita dall’Italia con un bagaglio di incertezza personale e professionale, un paio di delusioni lavorative alle spalle, un inglese di livello zero e col senso di colpa nel lasciare gli affetti piu’ cari. Fortunatamente avevo con me uno zainetto pieno di curiosita’ nell’iniziare un’esperienza all’estero rimandata per troppo tempo, tanta umilta’, voglia di imparare e conforto di una base sicura li’ ad aspettarmi.
Ragazzi, diciamocela tutta, ero un caso disperato! Per questo, voglio mettere a disposizione di chi ne ha bisogno un piccolo manuale di sopravvivenza basato sulla mia personalissima esperienza, ma che spero sia d’aiuto anche per qualcun’altro.
Nel mio intervento mi focalizzero’ sul piu’ importante e a volte insormontabile problema del migrante 2.0: LA LINGUA.

1. La fase del “Ma chi me l’ha fatto fare?!”
Quando dico che il mio livello di conoscenza dell’inglese era zero, intendo dire DAVVERO zero! Mai studiato a scuola ne’ approcciato da autodidatta. Ho sempre avuto una sorta di rifiuto per l’inglese, che si e’ palesato agli inizi come un vero e proprio blocco psicologico! Imbarazzatissima nel cimentarmi in conversazioni e situazioni dove ero costretta a parlare in inglese, le evitavo come la peste e, se non potevo sottrarmene, usavo il mio fidanzato come traduttore simultaneo…vi avevo avvertito che ero un caso umano, no?! Avere un affetto sempre pronto a sosteneremi e con cui condividere un appartamento e’ stato psicologicamente lifesaving, ma a causa di questo ho impiegato il doppio del tempo ad imparare bene la lingua e a cavarmela da sola. Dal punto di vista lavorativo, in questa fase non potevo che aspirare ad un’occupazione in un ristorante italiano e successivamente in un call center come italian speaking. Non sentitevi di tradire il vostro percorso di studi e le vostro aspirazioni: a meno che non abbiate gia’ un aggancio, per esempio in ambito accademico, questa e’ una tappa obbligata, dovete imparare a parlare se volete fare il vostro lavoro. Se poi avete la sfiga di essere pure psicologi, quindi le parole sono per voi come il bisturi per il chirurgo, beh…good luck! Il mio motto era per l’appunto Io non ce la faro’ mai!.

2. La fase “Parla come se non ci fosse un domani”.
Un giorno, presa dallo sconforto, dopo 4 mesi di assoluto mutismo, qualcuno mi disse “non ti preoccupare, dopo 5-6 mesi improvvisamente comincerai a parlare”. Pensai fosse solo una storiella. Ebbene, dopo poco piu’ di un mese da quella conversazione, arrivo’ il dono della parola! Cominciai a buttarmi nelle conversazioni e mi sentivo meno imbarazzata…quante, ma quante cazzate dicevo, ma almeno la gente sentiva la mia voce! Farete tante brutte figure che diventeranno col tempo spassosissimi racconti. La mia peggiore e’ stata l’errata pronuncia della parola sheet (foglio) con la variante volgare dalla ‘i’ corta…insomma, quella che usiamo esclamare quando qualcosa va davvero storto…ehm…un po’ di immaginazione su’! E voi direte “esagerata, che sara’ mai!”. Ecco, l’ho detta al mio capo di allora pochi giorni dopo la mia assunzione! (Per fortuna gli inglesi sono molto piu’ elastici e comprensivi di noi in fatto di lingua, quindi si e’ fatto una gran risata e sono diventata una delle dipendenti piu’ simpatiche!). In questa fase facevo di tutto: tre differenti volontariati di cui uno in una helpline (avete idea di quanto sia difficile cercare di confortare psicologicamente una persona con un forte accento scozzese mentre sei cosi’ agitata per paura di non dire la cosa giusta o di non capire cosa l’altra persona ti stia dicendo da essere costantemente sull’orlo di un attacco di panico?!); mi bombardavo di letture, film e serie TV rigorosamente in lingua originale (per il mio livello d’inglese, la serie di Friends era perfetta. Amanti come me di serie quali “The Big Bang Theory “& co., portate pazienza durante questa fase…quello che rischiate di provare e’ un gran senso di frustrazione!). Il mal di testa era diventato il mio compagno di avventure: se prima  guardare un film sdraiata sul divano mi rilassava dopo una giornata pesante, adesso comportava lo stesso sforzo mentale che ci mettevo nel seguire una lezione algebra! Tuttavia, visto che in questa fase la vostra principale occupazione deve essere migliorare nella lingua, a chi vi accusa di essere fannulloni, avrete la facolta’ di controbattere “Zitto e lasciami lavorare!”.Tutto questo ha migliorato la mia comprensione della lingua. Per quanto riguarda l’espressione…beh, parlavo, parlavo, parlavo commettendo uno o due errori ad ogni frase, senza pudore…come se non ci fosse un domani! E visto che me ne rendevo conto, il mio motto era ancora Io non ce la faro’ mai!

3. La fase “I’m the Goddess of English”.
Ovviamente e’ un’iperbole, ma vi assicuro che partendo da dove son partita, un certo senso di onnipotenza quando davvero senti di migliorare giorno per giorno e’ assolutamente sano. Dopo un altro anno, tanta pratica, mille occupazioni in ambienti inglesi, mi sentivo di essere davvero cambiata. Il momento in cui capii che il mio inglese era davvero ad un buon livello e’ stato quando ho iniziato a litigare in inglese! O quando ascoltando musica mentre lavavo i piatti, quelli che prima erano solo dei suoni, si transformarono in parole con significato! (come pena del contrappasso, scoprirete amaramente che alcune delle vostre canzoni preferite hanno un testo a dir poco imbarazzante!). Questo livello di sicurezza mi ha finalmente spinto ad avere il coraggio di provare a trovare un lavoro nell’ambito per cui avevo cosi’ duramente studiato, e fortunatamente, a dispetto di quello che ho pensato sin dall’inizio…CE L’HO FATTA!

Per finire qualche consiglio pratico per chi si accinge ad iniziare questa esperienza.
Prima di partire, guardate film in lingua con sottotitoli in inglese, traducete le vostre canzoni preferite e cantatele, guardate filmati di Mancunian speakers (dimenticatevi di trovare l’accento di Queen Elizabeth qui). Quest’ultimo consiglio e’ importante soprattutto per chi l’inglese l’ha studiato: a meno che non abbiate gia’ avuto passate esperienze in altri paesi, avrete un brutto risveglio nello scoprirvi incapaci di spingervi oltre una semplice conversazione da bar. Se il vostro inglese e’ come era il mio, ovvero inesistente, participate a gruppi di conversazione, gran parte delle scuole in citta’ ne organizzano, uscite con gruppi misti (non frequentate solo italiani all’inizio…lo so e’ confortante, ma non e’ per niente d’aiuto!), negativi l’accesso a film e programmi TV, letture e radio in italiano almeno per il primo periodo: e’ una dolorosa ma efficace terapia d’urto. Se avete qualche soldo per fare un corso base di inglese anche meglio, altrimenti ci sono delle classi gratis o quasi (date un’occhiata alle English classes offerte dalla International Society in Oxford Road…non aspettatevi un ottimo livello, ma e’ un’alternativa economicamente conveniente). Se condividete l’abitazione con persone straniere, questo e’ un bonus. Per il resto, siate disposti a fare di tutto, anche lavori che non sono attinenti al vostro ambito, ma richiedono il livello di inglese che possedete. Quando ancora non avete un lavoro full time, fate del volontariato: migliorerete la lingua, acquisirete esperienza lavorativa e farete qualcosa di utile per la comunita’ che vi ha accolti. Buttatevi in mille avventure e prendete il meglio di ognuna!

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