Appunti di viaggio di un post-doc nomadico

Grazie ai racconti di espatriati particolarmente entusiasti e alla visione generale proposta dai media Italiani, si corre il rischio di pensare che l’estero (questa fantomatica entità) sia un posto meraviglioso, essenzialmente un paradiso sulla terra, dove puoi dimenticarti di tutti i problemi che hai vivendo in Italia. Da qui l’ovvia conseguenza: tutto quello di cui hai bisogno per fare della tua vita una vita bella, felice e “dignitosa” sono 1) un biglietto aereo low-cost, 2) una valigia, 3) un po’ di soldi per campare nel frattempo che ti trovi un lavoro e 4) un po’ di coraggio per adeguarti alla nuova situazione. Non trovo questo modo di pensare completamente sbagliato. Ci sono molti posti fuori dall’Italia che effettivamente possono darti opportunità che in Italia probabilmente non troveresti. Poi, un po’ di entusiasmo di partenza serve per qualsiasi cosa, altrimenti si passerebbe la vita a pensare troppo e non fare mai niente. Però, allo stesso tempo, questa idea del trasferirsi all’estero, presunta isola della salvezza, crea aspettative troppo alte e che facilmente possono essere deluse. Il risultato finale è, potenzialmente, una sensazione di sconforto generale del tipo: “non solo la mia vita in Italia andava male ma anche il trasferirsi all’estero tutto sommato non ha aiutato un granché. Ho trovato un lavoretto, si, ma certo non mi comprerò una casa con i pochi soldi che metto da parte. Ho a stento i soldi per andare a trovare i miei a Natale! Poi, con questi stranieri ogni tanto chiacchiero, si, ma non riesco proprio a farmi capire. Come mai ? Come mai non riesco a comunicare bene anche se adesso parlo la loro lingua ?”

Vivo fuori dall’Italia da sette anni ormai. Faccio un lavoro un po’ particolare, il ricercatore post-doc. In due parole, sono un ricercatore a contratto all’interno di Università o istituti di ricerca (al momento lavoro alla “University of Central Lancashire” a Preston). In questi anni ho fatto questo lavoro sia in Inghilterra che in Germania. Nei suoi alti e bassi, considero la mia esperienza all’estero senz’altro positiva in termini della mia crescita personale e professionale. Certo i lati negativi non mancano. In questi anni ho avuto uno stile di vita piuttosto nomadico, cambiando casa spesso per via dei miei spostamenti da un paese all’altro. Inoltre, la strada della carriera accademica è piena di ostacoli. Devo ammettere però che il vivere all’estero mi aiutato a comprendere un po’ di più molte cose che, in sostanza, ignoravo quasi completamente prima di partire. Se non altro questo “viaggio” mi è servito per prendere un po’ di “appunti”. Alcuni di questi sono possibili suggerimenti o punti di riflessione per quelli che si apprestano a trasferirsi fuori dall’Italia. Altri credo siano utili in generale, sia che si viva all’estero o in Italia.

1) L’estero come isola di salvezza

Il primo appunto riguarda quello che ho accennato all’inizio di questo blog. Secondo me, molti Italiani hanno una visione distorta della vita fuori dall’Italia. Non ho intenzione con questo blog di scoraggiare nessuno a trasferirsi, ma semplicemente ricalibrare il concetto dell’estero “isola della salvezza” ad un livello ragionevole. Prima di tutto ogni paese è fatto di tante città, piccole e grandi, ognuna con caratteristiche piuttosto differenti. Ci sono zone economicamente floride e altre più depresse, zone socialmente più vivaci ed altre che sono mortori da farti rimpiangere la tombola natalizia. Quindi, se ti propongono un lavoro in Germania, la domanda da farsi è: si, ma dove in Germania ? O magari hai sentito dire che in Inghilterra si sta bene. Mah, dipende. Dove in Inghilterra ? Persino all’interno della stessa città, ci sono posti in cui si vive meglio e altri meno. Lo sai per esperienza in Italia. In altri paesi, la storia non cambia.

Inoltre, se decidi di lasciare il posto in cui vivi al momento per trasferirti da qualche altra parte, devi avere ben presente che nessuno ti sta aspettando a braccia aperte. Non sto dicendo che nessuno ti vuole, ma che, dato che ancora nessuno ti conosce, necessariamente nessuno ti sta aspettando. Anche se sai di essere bravissimo nel tuo lavoro, di avere una laurea conseguita con il massimo dei voti oppure di essere bello e simpaticissimo, tutto questo non è una garanzia che, una volta trasferito, le tue doti saranno immediatamente riconosciute e tutto andrà bene fin dal primo momento. Dal punto di vista del lavoro, ammesso che tu abbia trovato quello che cercavi, ci vuole tempo per costruirsi una reputazione che ti faccia guadagnare il rispetto dei tuoi colleghi. Dal punto di vista sociale, farsi nuove amicizie richiede altrettanto tempo e impegno. Se ti trasferisci altrove devi mettere in conto che quel supporto umano fornito dai tuoi familiari e i tuoi amici di vecchia data, che magari non noti nemmeno tanto adesso, verrà improvvisamente a mancare. Dovrai imparare a vivere per periodi più o meno lunghi accompagnato solo da te stesso o da chi si è trasferito insieme a te. Questo non significa stare da soli. Se sei abbastanza estroverso, in pochi giorni puoi farti anche mille nuove conoscenze. Ma integrarsi in un posto nuovo e costruirsi un circolo sociale di persone legate a te è una cosa ben diversa. Non puoi aspettarti che le cose vadano bene già dal giorno in cui arrivi.

2) Il proprio punto di partenza

Purtroppo o per fortuna non siamo esseri perfetti. Ognuno di noi ha dei lati particolarmente positivi ed altri che vorremmo non possedere affatto. Avere pregi e difetti fa parte del nostro essere persone e, tutto sommato, va bene così. Però, quando intraprendiamo una strada nuova e con ostacoli impossibili da prevedere, fa bene rendersi conto del proprio punto di partenza. Trasferirsi all’estero potrebbe essere per te una di queste strade. Magari non sei mai stato un granché con l’inglese. Magari il modo con cui ti relazioni agli altri non ti aiuta a creare e mantenere rapporti duraturi con le nuove persone che incontri. Magari, non hai mai vissuto al di fuori della tua città natale prima di trasferirti. Qualunque sia il tuo punto di partenza, va bene provare a fare cose nuove e vedere come va. Anche se incontri difficoltà all’inizio, con un po’ di impegno e costanza si può migliorare in tutto. Ma bisogna tener presente che ogni miglioramento è graduale. Non si passa dalla partitella a calcetto del Sabato pomeriggio a giocare come calciatore professionista nel campionato di serie A nel giro di un paio di settimane. Anzi, a meno che tu non abbia un talento ancora da scoprire, non arriverai mai a giocare nel campionato di serie A. Allora, data la tua particolare situazione, vale la pena cercare di raggiungere quegli obbiettivi che molto probabilmente sono al di là delle tue possibilità? Io credo di si. Credo che bisogna essere contenti del miglioramento, non del risultato in termini assoluti. Se riesci a fare piccoli progressi ogni giorno, dopo qualche anno vedrai che differenza! Magari sarai sempre meno bravo di quello lì affianco a te, maledetto, che invece era bravissimo già da piccolo. Ma la soddisfazione che proverai superando i tuoi propri limiti sarà enorme. Praticamente, infinita.

3) Diventare indispensabile

Uno dei motivi, o forse l’unico grande motivo per cui si va via dall’Italia è che “in Italia il lavoro non si trova”. Quindi, per risolvere questo problema ci si trasferisce all’estero, strada che almeno potenzialmente offre più opportunità. È da tener presente però che gli stranieri che offrono lavoro agli Italiani emigrati non lo fanno certo per carità cristiana. Un datore di lavoro ti assume perché grazie a te otterrà un certo guadagno (non necessariamente di natura economica, ma anche di immagine/conoscenza per esempio). Se le circostanze cambiano e il tuo servizio non porta guadagno e non è più sostenibile, la stabilità del tuo posto di lavoro può iniziare facilmente a scricchiolare. Insomma, anche dopo aver trovato un lavoro non si può stare troppo tranquilli. Che fare allora per arginare il pericolo ? Il mio punto di vista al riguardo è il seguente: se vuoi mantenere una stabilità lavorativa, devi cercare di diventare quanto più indispensabile possibile. Ovviamente, nessuno è realmente indispensabile ma ci sono persone che sono più difficilmente sostituibili di altre o con conoscenze/abilità più rare. Per diventare “sexy” sul mercato del lavoro hai bisogno proprio di questo: essere raro e indispensabile. Se ti trovi in questa condizione, puoi essere ragionevolmente sicuro che le suddette perturbazioni (di natura periodica) non ti colpiranno o che avrai sempre pronta un’alternativa valida. Da qui puoi facilmente dedurre il rischio di limitarsi a fare un lavoro che invece non richiede troppa esperienza e conoscenza. In tal caso, quando le cose girano male, si è ad alto rischio di essere tra quelli che si ritroveranno a piedi nuovamente. Non sto dicendo che un lavoro per così dire “semplice” non è un modo dignitoso di vivere (e molto spesso anche un servizio necessario alla comunità). Però, di fatto, le regole del mercato non sono dalla tua parte. Qualcuno ti può prima assumere e poi altrettanto facilmente liberarsi di te, a meno che la tua presenza non sia assolutamente necessaria. Cosa fare per diventare indispensabile allora ? Ammesso che tu abbia già un qualsiasi lavoro per mantenerti, qualcosa che puoi fare c’è: non ti adagiare troppo alla tua situazione attuale ma cerca gradualmente di sviluppare di più le tue capacità. Il tempo può essere dalla tua parte. Puoi rimanere un cuoco come tanti o cercare poco a poco di diventare un grande cuoco. Puoi essere un semplice commesso in un negozio o uno che i problemi imprevisti del negozio te li risolve e per questo diventa una presenza importante. C´è qualcosa di nuovo da imparare che nessun altro nella tua azienda sa ancora fare? Un ottima occasione! Una occasione d’oro! Imparalo tu e poi vedrai che il tuo capo inizierà ad impallidire se gli dici che, forse, te ne vai. Chissà, magari potresti arrivare al punto di non aver bisogno di “trovare un lavoro”, perché sarai tu a essere quello richiesto.

4) L´importanza delle “cazzate”

Se c’è una cosa che mi ha cambiato la vita per sempre, quella è stata riconoscere appieno l’importanza delle “cazzate”. Sono arrivato al punto che, dipendesse da me, le cazzate dovrebbero essere insegnate come materia scolastica. Per cazzate intendo non solo la battutina al momento giusto. O magari quel modo di chiacchierare, un po´ argomentato un po´ senza un vero senso logico, che, nella sua stupidità, ti fa apparire come una persona divertente e piacevole. Intendo anche, in generale, l’importanza dei dettagli. Che cosa voglio dire ? A volte le cose che consideri più insignificanti finiscono per avere un’ importanza devastante. Magari ti aspetti che, per ottenere un posto di lavoro tramite un colloquio, sia importante essere preparati, educati e mostrarsi motivati e pieni di energie. Certamente queste sono cose molto importanti, ma anche tante altre piccole cose rivestono un ruolo fondamentale. Le piccole reazioni del tuo viso davanti alle domande, la tua postura, il modo in cui bevi il caffè che ti è stato offerto, o persino il tono della tua voce quando chiedi una penna per scrivere qualcosa. Perché credo che tutte queste “cazzate” siano importanti ? Perché viviamo in un mondo di persone, non di robot. E le persone si affidano a piccoli, insignificanti indizi per giudicare il tipo di persona che gli è davanti o il tipo di situazione in cui si trovano. È Il nostro modo naturale per orientarci nel mondo con facilità. Per esempio, ti sei mai chiesto perché un leader politico deve essere “carismatico” ? Cosa c’entra il carisma con l’abilità di fare bene il proprio lavoro di leader ? I simpatici sono quelli che fanno le scelte giuste ? Non mi sembra. Ma un po’ per abitudine, un po’ per cultura siamo portati a fidarci delle persone carismatiche non avendo altri elementi per comprendere il valore reale di una persona.

5) L’importanza del caso

Niente mi fa più ridere (amaramente) di quelli che dicono frasi del tipo: “io controllo la mia vita”, “sono io quello che decide il mio futuro”, “adesso faccio accadere le cose che voglio io”. Senza contare l´intero mercato di business consulting, life coaches e variazioni sul tema che inondano la rete con le solite raccomandazioni su come migliorare la tua vita partendo dalla tua “attitude” o dalla tua “self-confidence”. Si, le cazzate sono importanti. Ma a tutto c´è un limite. Invece di auto-convincersi dei propri super-poteri inesistenti, io credo che sia salutare accettare il fatto che ognuno di noi ha al massimo un controllo parziale della propria esistenza. Si possono prendere decisioni che poi possono rivelarsi essere quelle giuste e così migliorare notevolmente la nostra vita. Però, non bisogna dimenticare il fatto che viviamo in un mondo in cui la maggior parte di quello che accade non è sotto il nostro controllo. E per di più siamo a conoscenza di ben poco di quello che accade. Insomma, la tua iniziativa e capacità sono importanti ma, per ottenere quello che desideri, ti devi anche trovare nelle circostanze giuste. Ora, questo non significa che bisogna accettare semplicemente di essere in balia del caso e rassegnarsi. Ma, per lo meno, non bisogna sorprendersi troppo se, nonostante la convinzione di aver fatto “tutto bene”, molte volte si finisce per non avere i risultati sperati. “Nella vita ci vuole virtù e fortuna”, diceva un mio vecchio professore. Una cosa tutto sommato ovvia ma facile da dimenticare.

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